Succede più spesso di quanto si pensi
Succede più spesso di quanto si pensi.
Un genitore parla male dell’altro davanti al figlio. A volte lo fa apertamente, altre in modo più sottile. Frasi come: “Se sapessi davvero che persona è tuo padre…”, “Tua madre e la sua famiglia non ti hanno mai voluto bene”, “Io ho sempre fatto sacrifici, l’altro invece pensa solo a sé” o “Vai pure da lui/lei, tanto poi torni piangendo”. Chi lo fa spesso dice: “Dico solo la verità” oppure “Mio figlio deve sapere”. Ma per un bambino questa non è informazione. È un carico emotivo.
Il bambino sente che qualcosa gli viene chiesto, anche se nessuno lo dice chiaramente. Capisce che voler bene all’altro genitore significa ferire quello che ha davanti. E allora, senza dirlo, inizia a scegliere. Non perché lo voglia davvero, ma per proteggere chi percepisce più fragile. Alcuni bambini si allontanano dall’altro genitore proprio per questo: per non far soffrire chi amano.
Col tempo imparano a trattenere quello che provano. Non dicono più quando stanno bene con l’altro genitore, quando gli manca, o quando vorrebbero vedere anche i nonni, gli zii e i cugini dell’altro ramo familiare. Non perché non provino affetto, ma perché hanno capito che parlare crea tensione. E così tacciono.
A forza di sentire una realtà raccontata che non coincide con quella che vivono, cominciano a dubitare di sé stessi. Pensano: “Forse sbaglio io”, “Forse non capisco bene le persone”. Poco alla volta smettono di fidarsi delle proprie emozioni. E questo lascia un segno profondo.
C’è poi un aspetto ancora più delicato. Un bambino non può scindere le sue origini: le porta entrambe dentro di sè. Quando un genitore, o la sua famiglia, vengono descritti come “sbagliati”, “cattivi” o “pericolosi”, il messaggio che arriva non riguarda solo l’altro adulto. Infatti anche il bambino, può sentire che una parte di sé non va bene.
Per questo è importante dirlo con chiarezza: i bambini non rifiutano un genitore per scelta. Lo fanno per adattamento, per riuscire a stare dentro a un conflitto che non è il loro. Non è una questione di colpa. È una questione di responsabilità adulta.
Un figlio non dovrebbe mai fare da confidente, non dovrebbe difendere un genitore dall’altro, non dovrebbe sentirsi responsabile del dolore di chi ama. Proteggerlo significa tenerlo fuori dal conflitto, anche quando la separazione è stata faticosa, anche quando si è arrabbiati, delusi, feriti.
Ed è proprio riconoscendo questo dolore che nasce il mio invito alla riflessione. Una domanda delicata, non per giudicare, ma per prendersi cura:
quello che stai dicendo a tuo figlio lo stai facendo per il suo bene, o perché in questo momento stai cercando qualcuno che ti aiuti a reggere il peso di ciò che stai vivendo?
Chiederselo non significa essere un cattivo genitore. Significa, al contrario, scegliere di proteggere tuo figlio, trovando per il tuo dolore uno spazio adulto, dove possa essere accolto senza gravare sulle sue spalle.
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