Chi sta davvero tutelando chi?

Gentile associazione Padri in Movimento,
scrivo in forma anonima, con rispetto ma anche con una profonda amarezza, perché ciò che oggi è diventato il diritto di famiglia lascia sinceramente sgomenti.
In nome della tanto invocata “tutela dei minori”, si è progressivamente costruito attorno ai bambini e ai loro genitori un vero e proprio carrozzone di figure a pagamento: curatori speciali, ausiliari del giudice, educatori, psicologi, coordinatori genitoriali, percorsi di parental training e un’infinità di altri interventi. Un apparato mastodontico, quasi sempre interamente a carico dei genitori — e troppo spesso sulle spalle di quello già più fragile, marginalizzato o alienato.
È difficile non provare un senso di paradosso: per esercitare un diritto naturale e costituzionale come quello di vedere, educare e crescere i propri figli, oggi sembra necessario finanziare un sistema costoso e iper-burocratizzato.
Davvero questa sarebbe la tutela dei minori?
Parliamo di cifre ingenti, talvolta insostenibili, che potrebbero essere investite direttamente nel benessere concreto dei bambini: scuola, attività formative, supporti reali alle famiglie in difficoltà. Invece, queste risorse alimentano spesso un meccanismo che finisce per complicare, patologizzare e medicalizzare le relazioni familiari, anziché sostenerle.
Più che una reale protezione dei minori, tutto questo appare come la protezione di un intero mercato professionale costruito sulle crisi familiari, dove il conflitto diventa una rendita e la fragilità una fonte di profitto.
Mi chiedo, e vi chiedo: chi sta davvero tutelando chi?

Un genitore anonimo

Dear Fathers in Movement Association,
I write anonymously, with respect but also with profound bitterness, because what family law has become today is truly appalling.
In the name of the much-vaunted “protection of minors,” a veritable juggernaut of paid figures has gradually been built around children and their parents: special guardians, judicial assistants, educators, psychologists, parenting coordinators, parental training programs, and an infinite number of other interventions. A mammoth apparatus, almost always entirely borne by the parents—and too often on the shoulders of the most fragile, marginalized, or alienated.
It’s hard not to feel a sense of paradox: to exercise a natural and constitutional right like the right to see, educate, and raise one’s children, today it seems necessary to fund an expensive and overly bureaucratic system.
Is this really child protection?
We’re talking about huge, sometimes unsustainable, sums of money that could be invested directly in the concrete well-being of children: school, educational activities, and real support for families in difficulty. Instead, these resources often fuel a mechanism that ends up complicating, pathologizing, and medicalizing family relationships, rather than supporting them.
More than truly protecting minors, all this appears to be the protection of an entire professional market built on family crises, where conflict becomes surrender and fragility becomes a source of profit.
I ask myself, and I ask you: who is really protecting whom?

An anonymous parent