Oggi non è il suo giorno

Quante volte un bambino lo sente dire.
Non perché non voglia vedere mamma o papà.
Ma perché non è previsto, non è scritto, non è il giorno giusto.
Nelle separazioni ad alta conflittualità accade spesso questo:
i bambini chiedono di vedere un genitore oltre i giorni stabiliti dalla sentenza.
Non di cambiare vita, non di stravolgere gli equilibri.
Solo di vedersi. Di stare insieme. Di sentirsi vicini.
Eppure quel passo in più non viene concesso.
Succede quando:
un genitore passa sotto casa per salutare e si sente dire “no, oggi non tocca a te”;
un bambino chiede di fermarsi mezz’ora in più e la risposta è un rifiuto secco;
un raffreddore leggero diventa il pretesto per impedire un incontro;
una festa, una recita, un pomeriggio libero si trasformano in terreno di scontro.
Così mamma o papà restano a un passo dal proprio figlio, bloccati non da un reale bisogno del bambino, ma da un dispetto, da una rivalsa, da un “così impari”.
Questo non è tutela.
Non è protezione.
Non è interesse del minore.
Il bambino lo percepisce. Sempre.
Sente che l’altro genitore c’è, ma non può raggiungerlo.
Sente che il legame viene trattenuto, dosato, controllato.
E cresce con un messaggio silenzioso ma potente:
l’amore è condizionato, la presenza è concessa, non scelta.
È una realtà che molti conoscono bene. La fine di una coppia non dovrebbe mai coincidere con l’inizio di una distanza forzata.
Perché le sentenze regolano i tempi, ma non possono sostituire la responsabilità emotiva degli adulti.
Riflettere su questo non cambia il passato.
Ma può cambiare le scelte di oggi.
E, a volte, basta aprire una porta.